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Roma
- Luciano Ligabue
è uno che ti guarda dritto negli occhi. La sua
sana innocenza di provincia, la sincerità che è
garanzia di sopravvivenza nell'illusoria galassia della
musica, sono tutte lì. In un certo senso lo fa
anche nei concerti, perfino negli stadi, quando il pubblico
è una massa indistinta d'energia. O almeno questo
dicono le sue canzoni: guardarsi dritto negli occhi, e
condividere frammenti d'esistenza.
Per
questo un anno fa ha deciso di scendere da quegli immensi
troni che sono i megaconcerti, e rifugiarsi nei teatri,
ristudiando le sue canzoni, ritrovando dettagli e sfumature
che nell'enfasi dell'urlo da stadio si perdono, inevitabilmente.
Aveva voglia di guardare la gente in faccia, di capire
cosa succede quando c'è di mezzo l'intimità
acustica del confronto diretto col pubblico. Da questa
esperienza nasce il cd che esce domani, il cui titolo,
Giro d'Italia, la dice lunga sul modo in cui Ligabue affronta
il suo mestiere. In primavera uscirà anche un suo
romanzo, edito da Feltrinelli, su cui mantiene il massimo
riserbo: "Non posso dire nulla, perché si
basa su una bizzarria, enunciata nella prima riga del
romanzo. È una sorpresa, e se lo dicessi in anticipo
crollerebbe tutta l'impalcatura".
Alla
fine, Ligabue, lei sembra un bravo ragazzo, un'immagine
che non si sposa molto con la figura della rockstar. Non
crede?
"È una rottura di scatole, perché ti
fa passare, ahimè, da buonista. Ma io rispondo
alla mia natura. Se faccio rock è perché
credo fermamente al senso originale del rock'n'roll, che
in gergo nero voleva dire 'trombare', nel senso della
celebrazione della vita, tant'è che all'inizio
non c'erano neanche le parole, era erotico, selvaggio,
vitale. Poi nel tempo è uscita fuori la figura
della rockstar lontana dal genere umano, con una forte
pulsione autodistruttiva, che è il contrario netto
dei motivi per cui è nato il rock'n'roll. Io ho
la condanna di essere stato cattolico e comunista, per
cui ho un'elaborazione di sensi di colpa da record, per
cui la predisposizione al bravo ragazzo ce l'hai, volente
o nolente. Ma penso anche che non esistano diavoli e santi
al cento per cento".
Ma
le pesa questa originalità?
"Al contrario. Mi fa piacere essere difficilmente
catalogabile. Si fa fatica a chiamarmi rocker perché
non vivo la vita che ci aspetterebbe da uno che fa rock,
e per lo stesso motivo si fa fatica a chiamarmi cantautore.
Faccio una musica energica che voglio definire rock, e
mi scrivo le canzoni, ma sono contento di questo, mi piace
l'idea che facciano fatica a darmi un'etichetta. La gente
non riesce a chiamarmi regista, ma di fatto ho realizzato
due film".
Siamo
abituati agli esordi di adolescenti. Lei invece alla musica
ci è arrivato piuttosto tardi. Come mai?
"Di precoce non ho proprio nulla. Ma il fatto è
che a vent'anni sono partito militare, e quando sono tornato,
vivevo ancora con i miei, mio padre era disoccupato, mia
madre casalinga, e allora ho fatto l'operaio, il contadino,
poi il ragioniere. Insomma ci ho messo del tempo".
Cosa
è stato a spingerla verso la musica?
"Tre momenti cruciali. Da sempre ero un appassionato
di canzoni, tutt'ora sono un fan di Lucio Battisti. A
dodici anni ho capito che c'era qualcuno che poteva fare
le canzoni in modo diverso, erano i cantautori. In particolare
Theorius campus, di Venditti e De Gregori, ha cambiato
la mia percezione. Tre anni dopo, mio padre, che gestiva
una balera coi gruppi di liscio, e per tutta la vita mi
aveva detto: I musizéssta i én tótt
murt ed fãm, i musicisti sono tutti morti di fame,
contravvenne alle sue convinzioni e mi regalò una
chitarra. Poi la nascita delle radio libere, la consapevolezza
che uno poteva far sentire la sua voce".
Anche
questo disco dal vivo, il tour acustico, sembra una conquista...
"Ha significato portare a termine il tour più
bello che potessi immaginare. Ho suonato in un anno in
tutti gli spazi che avevo a disposizione in Italia, da
San Siro ai palasport, fino ai teatri, ovvero la possibilità
di confrontarmi con una cosa del tutto nuova. Io, è
ovvio, lavoro con le emozioni, e se per esempio ascolti
Il giorno di dolore che uno ha, hai la possibilità
di misurare il mio lavoro, perché ci senti l'emozione
di chi scrive in una fase fortemente emotiva, l'ho scritta
mentre stava morendo il mio amico Stefano Ronzani, se
prendi il testo da solo, e ci togli la musica, ne vedi
per forza di cose la retorica, l'incoraggiamento alla
speranza, se le mie canzoni le vivi solo da un punto di
vista critico-intellettuale, allora ti becchi tutta la
retorica che non ti piace. In questo tour eravamo seduti,
senza il coinvolgimento dello stadio, quando corri sul
palco e l'intonazione è un optional, col pubblico
seduto, e questo ti costringe a lavorare su una gamma
che va dal sussurro all'urlo, e ti spinge anche a rivedere
il tuo modo di suonare la chitarra. Di sicuro, molte persone
mi hanno detto di aver apprezzato veramente certi testi
dopo averli ascoltati in questa versione acustica. Non
solo, ho potuto alternare questa dimensione a quella dei
palasport dove potevo sfogarmi fisicamente. Un tour perfetto".
Col
tempo si è preso tante rivincite: romanzi, film,
canzoni. Ha preso gusto alla diversificazione della sua
espressione?
"Ogni volta che divago in altri campi torno più
volentieri alla canzone, che deve essere popolare e comunicativa,
semplice, anche se non banale, e poi la lingua italiana
in musica ha i suoi limiti. Certe cose ti viene naturale
raccontarle utilizzando altri linguaggi".
Però
torna sempre alla musica...
"Io rischio di essere testardo e ostinato, tratto
la canzone con grande rispetto e credo che debba essere
un mezzo di comunicazione popolare. Sono contento di sentir
dire che le mie canzoni sono facilmente riconoscibili.
Sono canzoni che non stanno cambiando la musica, sono
semplicemente la voce di uno che vuole dire delle cose".
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