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«Voi italiani siete forse gli unici in grado di trattare con successo con i russi, perché gli somigliate proprio!», disse un dirigente americano dell’Aioc (Azerbaijan International Operating Company: il consorzio per lo sviluppo e lo sfruttamento dei pozzi in Azerbaijan). Fin dagli anni '50, infatti, da quando Enrico Mattei firmò il primo contratto per la fornitura di petrolio greggio per conto dell’Agip, l’Italia è il principale partner commerciale della Russia nel ramo energetico. L’Eni e la russa Gazprom sono legati dal febbraio del 1998 da un Accordo d’Alleanza Strategica. Nel 1994 l'Agip e la Lukoil, la compagnia di stato russa, hanno costituito una joint venture al 50%, denominata LukAgip, per svolgere attività nel settore upstream in Russia e all'estero.

Se n’è parlato poco, ma questa tradizione sta giocando per l’Italia un ruolo fondamentale nello scenario del dopo guerra afgano. Se esiste, infatti, un’ampia letteratura sugli interessi economici degli Americani nell’area centro asiatica, si è detto poco e male del tornaconto italiano. Il Coup de Teatre, per gli addetti ai lavori, avviene il 19 Maggio 2001 con la firma di un contratto per l'esplorazione e lo sviluppo d’Astrakhan Nord, un’area dall’estensione di 1800 kmq, situata alla foce del fiume Volga, ai margini di un grosso bacino sedimentario del precaspio del nord. “Quest’accordo è di portata storica per l'Eni – commentò all’epoca l'Amministratore Delegato, Vittorio Mincato- Dopo decenni d’importazione d’idrocarburi dalla Russia, l'Eni consolida la presenza del Gruppo nell'area strategica del Mar Caspio”. In poche parole per la prima volta da semplici consumatori diventiamo produttori diretti su territorio russo. Ma il vero obiettivo, da tempo, era un altro: Azerbaijan e Kazakhstan, le due ex repubbliche sovietiche sfuggite al controllo di Mosca, si sono rivelate l’autentico eldorado del terzo millennio, la nuova via della seta, scatenando gli avidi appetiti statunitensi. Come nell’epopea del Klondike per i cercatori d’oro, le più grandi compagnie petrolifere mondiali si sono lanciate alla conquista di nicchie di mercato nella zona caspica.

Nel 1993 il Kazakhstan conclude il primo contratto con una compagnia americana, la Chevron, dove lavorava l’attuale direttrice del Consiglio per la Sicurezza Nazionale alla Casa Bianca, lady Condoleezza Rice. Oggetto dell’accordo: ricerca e sfruttamento del Tengiz, uno dei tre enormi giacimenti di petrolio della zona,. Il resto se l’è assicurato l’Eni, forte della lunga tradizione con la vecchia madre Russia. Il Cane a Sei Zampe, infatti, con una quota del 32,5%, si è aggiudicato prima la guida operativa del Karachaganak, un campo a gas e condensati vicino alla città d’Aksaj nel nord-ovest del Kazakhstan, poi, il 13 febbraio 2001, con il 14,28%, diviene operatore unico dell'Offshore Kazakhstan International Operating Company (OKIOC), il consorzio per lo sviluppo e lo sfruttamento del giacimento del Kashagan, nell'offshore kazako del Mare Caspio Settentrionale, probabilmente la più grande scoperta degli ultimi 30 anni. Nell’Okioc ci sono altre otto compagnie straniere ma lo sviluppo del campo è in mano ai tecnici dell’Agip Caspian Sea, la controllata Eni. Inizieremo ad estrarre nel 2005 e si stima che il giacimento possa contenere fino a 50 miliardi di barili di petrolio, oltre ad immense quantità di gas.

E’ chiaro che se Bush, con il benestare di Putin, muove la sua armata su Kabul per garantire la costruzione della pipeline afgana, come molti sostengono, il governo italiano non può non essersi fatto i suoi due conti. La presenza dell’Eni in Pakistan risale al 1965. Nel settore dell’ingegneria e servizi, ad esempio, la Snamprogetti ha eseguito contratti “chiavi in mano” relativi alla progettazione e alla costruzione della Raffineria di Karachi, probabile terminale dell’oleodotto in questione. D’altra parte, nel gioco dei “corridoi energetici”, l’Italia è sempre andata forte. Siamo nei Balcani a presidiare i corridoi 8 e 10, che collegano il Mar Nero all’Adriatico. La Saipem Spa, controllata dell’Eni, è leader mondiale nelle costruzioni di gasdotti ed oleodotti. Di recente poi ha acquisito dalla Halliburton Brown & Root (azienda diretta per anni proprio dall’attuale vicepresidente degli Usa, Dick Cheney – ex ministro della difesa di Bush senior nella Guerra del Golfo) la European Marine Contractors, compagnia inglese leader per la posa di condotte sottomarine di grande diametro nel Mare del Nord. Le attrezzature dell’EMC sono state in parte impiegate nel contratto Blue Stream Pipeline Company BV (BSPC), stipulato tra la GazProm e l’Eni-Saipem per la costruzione di un gasdotto subacqueo gemellare della lunghezza di 380 chilometri, la profondità record di 2.150 m ed una portata, a regime, di 16 miliardi di metri cubi di gas naturale dalla Russia alla Turchia attraverso il Mar Nero. I lavori a mare sono iniziati alla fine di giugno. Il costo dell’operazione è di 2,3 miliardi di dollari Usa. La sezione a terra del Blue Stream si collegherà da un lato con la già esistente pipeline che collega la capitale azera Baku al porto russo Novorossijsk e dall’altro sarà la naturale prosecuzione della Caspian Pipeline, l’altro grande corridoio, recentemente completato, che permette di collegare Atyrau (Kazakhstan) al Mar Nero. L’Eni, naturalmente, detiene una quota del 2% dell’oleodotto caspico che le consente d’immettere, a partire proprio dal 2001, circa tre milioni di tonnellate/anno di produzione petrolifera sul mercato, dal Kashagan, quando inizieranno le operazioni estrattive, ma soprattutto da Astrakan e dal Karachaganak. Sul fronte azero, altro snodo critico dell’area centro asiatica, le cose per la nostra compagnia di bandiera vanno lisce nella tempesta.

Americani e Russi si danno battaglia per il controllo dell’area fin dal settembre del ‘94, Nel giugno del ‘98 invece, dopo una cordiale visita a Roma del Presidente Aliyev (ex membro del potente Ufficio politico del Partito comunista sovietico ai tempi di Breznhev e autore di un riuscito colpo di Stato in Azerbaijan) l'Agip e la Socar (l'Ente di stato petrolifero dell’Azerbaijan) firmano a Baku il contratto per lo sfruttamento del settore del Mar Caspio denominato "Kurdashi - Araz Deniz - Kirgan Deniz". Con quest’accordo il gruppo Eni si assicurava il ruolo di "operatore" per 25 anni in un'area di 550 kmq., che è fra le più promettenti del Caspio meridionale, e questo proprio per quella innata capacità di dialogare con i Russi e con le loro ex colonie, che gli americani c’invidiano. Ma questa volta Roma non deve fare lo sbaglio del 1991. L’allora governo Andreotti, coinvolto nella Crisi del Golfo, aveva tentato di percorrere, insieme al leader iraniano Rafsanjani e al sempre più solo Gorbaciov, la strada della diplomazia. Quale errore strategico! L’Italia non venne invitata al gran consulto a Washington dei ministri degli Esteri dei paesi della coalizione anti Saddam Hussein. La Farnesina naturalmente minimizzò, ma l’imbarazzo per il ministro De Michelis, all’epoca, fu grande. La Casa Bianca non mandò giù la nostra amicizia con Urss ed Iran e ne pagammo le conseguenze, soprattutto a livello economico.Dei contratti di ricostruzione del Kuwait, paese con il quale lavoravamo dal 1965, pari circa a 100.000 miliardi di lire, all’Italia rimasero le briciole. Ora dunque che la guerra in Afghanistan sta per finire e con il ritiro delle truppe cominciano ad arrivare i primi ingegneri, non possiamo ripetere lo stesso errore. Berlusconi, che prima è imprenditore e poi politico, lo sa bene. E lo sanno anche i vertici dell’Eni, che ha tanti, ma tanti, soldi investiti nell’area più calda del mondo. La performance dell’Ente nazionale Idrocarburi è tenuta poi costantemente sott'occhio dagli investitori, soprattutto quelli statunitensi (Eni è quotata anche al NYSE ed è americano il suo secondo azionista dopo il Ministero del Tesoro, il Capital Group International, che detiene il 2,76% del capitale sociale). L'imperativo degli esperti di borsa sul titolo del “Cane a sei zampe” è sempre lo stesso: buy! La corsa è cominciata la primavera scorsa, quando Eni ha presentato il suo bilancio 2000, con il profitto più alto mai fatto registrare nella storia delle aziende italiane: 11.174 miliardi.Utili in crescita del 102% rispetto al ’99 e un dividendo di 410 lire per azione (+17% rispetto all'anno precedente). Un'annata da guinnes dei primati. Il Financial Time Energy, il gruppo editoriale specializzato nel settore dell'industria energetica, ha assegnato all'Eni il 7 Dicembre il premio "Financial Times Global Energy Awards" come migliore Compagnia petrolifera del 2001. Ottimi anche i numeri delle controllate.Ha fatto il suo esordio in Borsa Rete Gas Italia, che fa capo alla rete di distribuzione della Snam, recentemente incorporata insieme alla Semicem. La Saipem, oltre al Blue Stream e al Caspian Pipeline, è dentro al progetto Baku-Tblisi-Ceyhan, ed ha recentemente posato un oleodotto a mare nel Caspio, dal campo Chirag alla costa, per il trasporto del petrolio prodotto dal Consorzio AIOC. Tutto questo insomma potrebbe significare che se abbiamo mandato le nostre quattro caravelle (la portaerei Garibaldi, la fregata Zeffiro, il pattugliatore di squadra Aviere e la nave rifornitrice Etna) in soccorso della più grande flotta al mondo, quella americana, ci sarà pure un motivo che va al di là della semplice solidarietà per quanto accaduto l’11 Settembre. Gli equilibri mondiali dei prossimi anni si potrebbero reggere sull’asse Washington – Mosca - Pechino, e non va sottovalutata neanche l’India. La nuova Cina di Jiang Zemin che si apre al mercato, con il suo miliardo e 300 milioni di cittadini, un quinto dell’intera umanità, rappresenta la grande scommessa del 21°secolo, e l’ammissione al WTO, con Putin e Bush in kimono di seta a fare da cerimonieri, è solo una delle conferme. Quello che serve ora è solo il petrolio ed il gas delle vicine repubbliche del CSI. Lì l’Italia, attraverso l’Eni, ha una bella nicchia di mercato, ha fatto la sua parte nell’Enduring Freedom ed è pronta a trattare in qualsiasi momento.

D.C.

 



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