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Londra. Negli otto e passa anni dell’era blairiana, Trevor Phillips ne ha fatti di passi avanti in carriera. Di origine guyanese (colonia britannica nell’America del Sud), il cinquantenne Phillips si è stabilito a Londra negli anni Sessanta. Come tutti i guyanesi, che sono considerati “i cinesi dei Caraibi”, è ambizioso, diligente e dedito agli studi e alla carriera. Nel 1978 era già presidente del Nus, il sindacato nazionale degli studenti, trampolino di lancio utilizzato da molti per occuparsi poi di politica. E’ passato alla Bbc e poi alla divisione dei “current affairs” della Thames Television (quest’ultimo uno straordinario campo di formazione per le figure dell’establishment neo-laburista, da Peter Mandelson in giù), dove si è specializzato come grande esperto di immigrazione caraibica, diventando una delle facce nere più conosciute per il telespettatore britannico. Oggi imperversa in comitati e tavole rotonde dedicate ai problemi dell’integrazione etnica e del multiculturalismo, quale il “Runnymede Trust”, prestigioso e ascoltato foro per le idee più estreme della sinistra intellettuale radical chic.

Nel 2000 Phillips si è candidato a sindaco per il New Labour nel redivivo municipio della Grande Londra: in seguito alla clamorosa vincita di Ken Livingstone, si è accontentato dal ruolo di Leader (qualcosa di più dell’italico “capogruppo”) della nuova London assembly. Nel marzo del 2003, si è dimesso per passare alla presidenza della Commission for Racial Equality (Cre) potente ente paragovernativo che dal 1976 promuove politiche per le pari opportunità, combattendo, spesso con successo, le residue sacche di pregiudizio e di resistenza ai nuovi ideali del “multiculturalismo” da poco importati dagli Stati Uniti.

Politically correct gone mad
Il tempismo dell’arrivo di Phillips alla cittadella del politically correct britannico è interessante: il precedente presidente, Garbux Singh (esponente di rilievo della comunità sikh) si era dovuto dimettere per aver pronunciato le insopportabili parole “Lei non sa chi sono io”, dopo essere stato arrestato per stato di ubriachezza ad una partita di cricket fra le nazionali dell’India
e dell’Inghilterra.

Phillips ha quasi subito portato una ventata di nuovi atteggiamenti alla Cre. Dal momento che buona parte delle nobili battaglie per l’uguaglianza razziale e i diritti dei cittadini erano ormai riconosciute per legge, e che grazie al nuovo trionfalismo aggressivo della lobby in questione, la frase “politically correct gone mad” era sulle labbra di tutti, ha cercato di superare la fase del vittimismo di maniera abbracciando la nuova realtà britannica, dove spesso gli episodi peggiori di razzismo sono di scozzesi (bianchi) di basso reddito contro piccole minoranze di residenti inglesi. Pur denunciando gli eccessi del laicismo di Stato alla francese, Phillips si è dedicato con brio ad una nuova tesi: ripensare il multiculturalismo come dogma quasi teologico e ripristinare una corretta versione del vecchio “melting pot”, puntando sugli obbligi morali (ma anche logistici) dei “new britons” facendo in modo di integrarli meglio insegnando loro non solo la lingua inglese, ma anche le regole di base della società britannica. Ha quindi mirato ad un’educazione che illustrasse le basi dello stato di diritto, del rispetto per le leggi e per la comunità, della tolleranza culturale e religiosa, senza dimenticare la storia nazionale. E un’iniziativa del genere ha avuto come esito la sepoltura ufficiale delle ormai famigerate “identity politics”. Infatti, solo una settimana fa, durante il Queens speech, il governo ha proposto di abolire il Cre per creare un nuovo ente che tuteli i diritti umani e morali di tutte le minoranze. Va da sé che l’idea ha scatenato la furiosa indignazione di alcuni esponenti della sinistra inglese, fieri difensori del multiculturalismo politicamente corretto.

Episodi drammatici come l’uccisione di Theo van Gogh, e la conseguente necessità per società evolute come quella olandese di rivedere in modo drastico le loro politiche “della tolleranza”, non sorprendono affatto uno come Trevor Phillips. A suo parere, infatti, “il multiculturalismo non è ormai più da molto tempo la risposta giusta ai problemi complessi delle relazioni interetniche e razziali. Bisogna spianare invece la strada verso un’integrazione di vasta portata basata su valori e lealtà condivisi da tutti i cittadini. Non ci sono altre soluzioni. Dobbiamo ridare priorità assoluta al concetto di ‘britannicità’”. Inoltre “una riluttanza delle istituzioni a discutere senza complimenti i problemi attuali significherebbe limitare il contributo che la maggioranza anti-razzista può dare al dibattito, consegnandola invece nelle mani degli estremisti intolleranti e nostalgici”. E, per finire: “Vengono spesso esagerati (dalla lobby del politically correct separatista, ndr) le differenze culturali fra le comunità etniche. In realtà, ci sono molte aree di convergenza che vanno apprezzate: una netta maggioranza dei britannici bianchi (70 per cento), ma anche di quelli di diverso colore (65 per cento), reputa che si siano create comunità o quartieri separati che vanno invece reintegrati”.

Per suffragare le proprie intuizioni, Phillips ha commissionato a giugno un sondaggio nazionale di vasta portata teso ad indagare le questioni di identità e integrazione nazionale, con risultati forse sorprendenti per chi crede che il separatismo illuminato di stampo olandese sia l’unica strada. “Abbiamo scoperto, per esempio, che le comunità immigrate apprezzano certi valori o tradizioni britanniche ‘bianche’ quanto, se non addirittura di più, degli inglesi ‘indigeni’: giustizia e ‘fair play’, tolleranza e libertà di espressione, l’uso corretto della lingua inglese, il ‘trust’ (la fiducia reciproca) all’interno della comunità, il rispetto per la legge, il senso dell’umorismo. E ci sono molti ‘nuovi britannici’ che stimano il valore dell’‘orgoglio nazionale’ molto di più di tanti inglesi bianchi”.

I valori noiosi Phillips non sembra avere paura di constatare un’altra, forse inedita, realtà scomoda: “Il rapporto privilegiato della sinistra, specialmente del partito laburista, con gli immigrati, è finito. Un netto 25 per cento dei ‘new britons’ votano per i partiti di centro-destra, persino una buona parte per gli euroscettici radicali dell’Ukip”. E si diverte a girare il coltello nella piaga dei benpensanti liberal convinti ancora della giustizia non solo della vecchia ideologia multi-culturale, ma anche del linguaggio da loro inventato per egemonizzarlo, dicendo: “Abbiamo scoperto che persino il gergo specifico del politically correct dà noia fra le etnie minoritarie quanto fra gli inglesi scettici dei valori ‘radical chic’. Cliché buonisti come ‘community cohesion’ o ‘celebrating diversity’ sono ormai svuotati di ogni significato. Nel nostro sondaggio sono denunciati da alcuni cittadini di colore quale ‘typical Guardianista (lettore del Guardian) bullshit’”.

Nella seconda metà del 2005, il Regno Unito assumerà la presidenza dell’Unione europea e, di intesa con il governo Blair, Phillips intende sfruttare l’occasione per portare le sue robuste e, per alcuni in Italia, scioccanti nuove idee “post-multiculturali” all’attenzione di tutti. “Siamo stati il primo paese in Europa, con la creazione della Cre nel 1976, ad affrontare i problemi razziali in modo moderno. Possiamo offrire in proposito molto della nostra esperienza all’Europa”.

William Ward

(Da "Il Foglio" del 30/11/2004)

 



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