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In occasione
dell'uscita del nuovo album "Pica!", il cantautore
Davide van de Sfroos è stato intervistato per il
quotidiano City. Van de Sfroos ha potuto raccontare
le origini e le motivazioni della sua peculiare scelta
artistica, che esce dai soliti cliché commerciali
per raccontare le storie e le voci della provincia, capaci
di fornire importanti tematiche e spunti di riflessione
a chi sia ancora in grado di riflettere sull'importanza
delle proprie radici.
Per festeggiare il nuovo
disco, “Pica!” (picchia!, ndr), canterà
al Forum di Milano. L’avrebbe mai sognato?
- Ma io non avrei mai sognato nemmeno di andare
in un teatro o in tv! Ho cominciato senza pensare che
si potesse trasformare in una cosa così. La prima
volta che sono salito su un palco me la son fatta sotto!
Come, scusi?
- Ero bambino, mi chiamarono per estrarre un numero alla
lotteria della pro-loco di Mezzegra, il mio paese. Passai
i tre giorni dopo con la dissenteria per il grande stress
di aver detto: “Ventisei!”. E mi dissi: mai
più su un palco, mai più con un microfono…
E invece è diventato
un cantante.
- Sì, ma prima ho fatto un po’ di tutto:
giardiniere, magazziniere, scaricatore di tir. Ho smesso
solo quando ho capito che quest’avventura stava
diventando reale.
La sua famiglia, come
la prese?
- Mia madre e mio padre – che è morto prima
di Natale e a cui dedico questo disco – mi hanno
dato fiducia. E la libertà di seguire un sogno
che per molti era solo un’utopia. Anche se dentro
di sé erano tesi. Si dicevano: “Speriamo
bene…”.
Beh, anche lei era parecchio
teso.
- Sì, ma l’amore per la musica è stato
più forte della paura del palco. Certo: dipendesse
da me starei volentieri nascosto a scriver le mie robe,
a fare dischi…
Ecco, cosa fa Davide
van de Sfroos quando è solo Davide Bernasconi?
- La mia giornata tipo è fatta di tremila cose
che vorrei fare, ma magari non ci riesco perché,
con tre figli, le cose da sistemare sono tante. Però
ascolto musica, tantissima e molto diversa dalla mia:
dai Sepultura ai Pogues, da Bob Dylan agli Ac/Dc. Guardo
tutti i film che posso, anche se di cinema vicini a Mezzegra
non ce n’è. E poi mi immergo nelle cose che
ho intorno. Giro, scatto foto, scrivo, mi sdraio per terra…
Si sdraia per terra?
- Certo. Quando trovo un luogo che mi piace, per vedere
quello che mi viene in mente. È un’esigenza:
mi sdraio, guardo per aria e mi abbandono completamente
a quel posto, lascio che mi trapassi. È solo quando
ti avvicini a una cosa che la scopri davvero.
Per questo canta sempre
le storie della sua terra, del suo lago.
- Esatto. Se uno guarda le persone passare – e dice
solo: quello è l’imbianchino, quello il dottore
– fa in fretta a ridurre tutto in niente. Se invece
hai il coraggio di andare più vicino, di ascoltare
le storie, tutto si fa più epico, più drammatico.
Più vivo.
Quindi i protagonisti
dei suoi dischi sono reali e li conosce?
- Eh cavoli! Prenda l’ultimo disco: il contrabbandiere
Cimino esiste; il signor Abbate, costruttore di motoscafi,
è esistito; i minatori di Frontale esistono.
E come prendono le sue
canzoni e il fatto che ormai lei è famoso?
- Per le canzoni faccio così: quando scrivo di
qualcuno, la prima persona ad ascoltarla è lui.
Se piace a lui, se si commuove, allora la canzone va bene.
E la fama, in paese, non esiste. I vecchi mi chiamano
ancora “chitara” o “chitarìn”,
perché andavo in giro con la chitarra in spalla.
E poi sono sempre “ul fioeu dela Fernanda”,
quello che va a prendere il pane e che hanno visto da
bambino. Mi dicono: “Sun cuntent che t’é
fa strada”; e basta. O al limite: “De
sfroos, fa sù una canzùn!”.
A proposito: de
sfroos è il termine che indica i contrabbandieri.
Perché quel nome?
- Io non lo sono mai stato. Ma quelle storie sono i western
della nostra terra: i contrabbandieri gli indiani, la
Finanza i cowboy. In una rivalità che a volte diventava
complicità.
E perché il dialetto?
- Perché certe cose accadono in dialetto.
E poi, anche se i miei pensieri sono spesso in italiano,
quando impreco o medito tra me e me parlo in lagheé…
Non s’è
mai sentito soffocare dalla sua terra, da una realtà
in fondo piccola?
- No, mai. Certo, mancano certe cose: un negozio di dischi,
per dire, o un cinema. E magari la gente è un po’
troppo gelosa delle bellezze del territorio, tanto che
non mette nemmeno i cartellini per dire: guardate che
qui c’è questa cosa bella. Però quell’ambiente
lì, per me, è liberatorio. A me piace girare,
ma lo faccio perché so che casa mia è lì!
Soffocano di più
le etichette? Di lei si diceva che fosse il cantante della
Lega.
- E poi di An, di Cl, dell’Unità… e
poi non sapevano più cosa dire. Se sei convinto
di quello che fai, lo canti davanti a tutti. La musica
va fatta girare: spesso ho comprato lo stesso disco quattro
volte; e ogni volta lo regalavo a degli amici. La musica
è come il vento…
A cui dedica sempre
le ultime canzoni dei suoi album.
- Il vento è importantissimo. Arriva, spazza e
sistema. Non ti arriva addosso perché te lo meriti,
né perché ce l’ha con te: passa e
basta. E cambia sempre. A me non dispiace l’immobilità,
ogni tanto: ma la staticità stagnante è
madre di tutte le malattie. E il vento è, e rappresenta,
il suo opposto.
(Davide Casati per City)
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