La scultura di Poncho Ariaz

Ariaz: l'arcano dell'immagine

Tanti anni fa Pericle Fazzini, presentando l’artista peruviano, si augurava che Roma trovasse “uno spazio amico per questa valida scultura”. Da allora Poncho Ariaz ha potenziato ulteriormente le sue invidiabili energie creative, testimoniando il vitalismo di una presenza che non può essere ignorata.Ma bisogna riconoscere che le gerarchie sovvertite, la massificazione, le scelte di comodo non gli hanno assegnato il ruolo che legittimamente gli competerebbe per i suoi livelli di merito, che sono senz’altro di tutto rispetto. Scultore di razza e finissimo pittore, con alle spalle un cospicuo impegno di cultura che lo ha indotto ad un rigoroso filtraggio dei movimenti estetici del nostro secolo sulla scorta delle più stimolanti memorie della propria terra mai dimenticata, fiammeggiante ed amara, egli si presenta oggi al pubblico romano con l’avallo di una sofferta e profonda maturazione.

Dirò subito che la tipologia inca, come “struttura” (in senso reale, fuori delle implicazioni estensive dell’idealismo hegeliano e crociano) e come “poetica interna”, è passata – senza risultare per questo minimamente scalfita nelle sue qualità genetiche e nella insistita nostalgia del recupero – attraverso le sue esperienze di una figurazione anticonformista, soprattutto quella francese, innervata da soluzioni coraggiose ed inedite: si consideri in certi dipinti, anche se involontario, il referente formale di un Lèger. Il rovesciamento, in fondo, degli archetipi del visualismo tradizionale, i cui approdi inerti, per quanto riguarda il nostro tempo, si devono in buona parte ad un equivoco intendimento dei canoni “purovisibilisti” del Berenson; ipotesi, nel dipinto di una Ninfa che si bagna nel fiume in cui il tono roseo della carne è bilanciato dal verde di un ramo emblematico, di nuove libere connessioni, che portano ad un modello anarchicamente sognato e vissuto.

Con un pizzico, se vogliamo, di affabulazione chagalliana, meglio riscontrabile, forse, in Uomo volante, che si libra nello spazio e prende il sole con la mano. Questa ed atre opere di Poncho Ariaz appaiono caratterizzate, nel commosso revival generale che compendia il fascino esoterico della cultura precolombiana in tutta la produzione del bravo artista, dal prevalente degli elementi stilistici della civiltà Nasca.

Ma qualsiasi incidenza storico-culturale è del tutto personalizzata, sicchè Ariaz finisce con l’essere tributario solo di se stesso; ponendosi in una medietà esemplare, che esclude le iperboli. E’ da notare, ad esempio, che nei dipinti l’orchestrazione luminosa del colore non scade mai in gratuita e chiassosa fanfara: un modo modernissimo – anche se affiorano sollecitazioni ancestrali della propria formazione autoctona – di coordinare i valori di timbro, prevalenti su quelli di tono, in una orditura sapientemente allusiva.

Magari a filo di simbolo, fuori del rapporto mimetico; fermo restando la persistenza dei sotterranei umori precolombiani. Quest’ultimo dato si rileva, ancor più che nella pittura, nella statuaria. Qui, si tratti di un configurarsi totemico – sacrale o di una simbiosi con le forme architettoniche, l’emozione viene da remote lontananze, da presenze ambigue e allucinatorie; e i volumi, nella loro insolita equazione con lo spazio, si riempiono di mistero, dichiarando una inquieta stagione dell’anima.

Artista moderno, dunque, Poncho Ariaz, nell’eccezione migliore del termine: di una contemporaneità non viziata dal sofisma e dal capriccio. Moderno, ma nobilitato e accresciuto dal sentimento delle radici. Non importa, allora, avvertire un segno del cromatismo Paracas in una Necropoli, o le altre culture, la citata Nasca, o la Chavin, che è la più antica del Perù: quello che conta è il clima straordinario che Ariaz rigenera e vive, con tutte le vibrazioni che suscita il passato e con tutti gli accenti modali del nostro tempo. In una fusione armoniosa che può dare all’arcaismo coinvolgente di una Porta inca il lievito di categorie estetiche novecentesche, e ammantare invece l’ardita freschezza dei segni zodiacali, come il Toro o la Bilancia, o lo Scorpione, di un sovrasenso orfico, qualcosa di intricante e di spiazzante.

Ma non serve ipotecare la latitudine dell’arte con quell’altra qualificazione. Esiste, con Ariaz, una “presenza” tutt’altro che trascurabile e occorre colloquiare con la sua opera in assoluta immediatezza, restando immuni dalla servitù dei paradigmi.

Renato Civello
(Critico d’Arte)